|
"Ma se quelle parti, che di gesso sono su quelle formate,
si possono avere, senza dubbio sono migliori, poiché vi
è ogni minuzia apunto nel modo che nel marmo si comprende,
sì che si godono bene e servono ottimamente a gli studiosi,
oltre che poi tuttavia sono commodissime, sì per essere
leggieri et atte a maneggiarsi et a portarsi in ogni paese, sì
ancora per il precio, il qual si può dire esser vilissimo,
io dico a rispetto il valore delle proprie; dove che, per così
eccellenti mezi, non vi è scusa per niuno che ben s'invoglia
di apprendere il buono et antico sentiero. Io ne ho veduto studii
e camere piene di tal materia e formate benissimo..."
(G. Battista Armenini, "De' veri precetti della pittura",
Ravenna 1587) .
Già nella trattatistica d'arte fra '500 e '700 appare
pienamente acquisita la nozione della grande utilità dei
calchi in gesso nelle fasi dell'apprendimento artistico, per
l'esercitazione al disegno dei giovani allievi oltre che stimolo
per l'artista compiuto. Naturalmente ci si riferisce in particolare
ai calchi tratti dalle sculture dell'antichità classica
di cui esisteva un ben preciso catalogo di eccellenza.
Eppure poche altre raccolte di manufatti artistici hanno conosciuto
vicende tanto alterne come le gipsoteche, prima portate in auge,
poi relegate in soffitta, secondo un copione più volte
ripetutosi fino ai nostri giorni.
Un'altalena di giudizi alquanto bizzarra ha portato infatti i
calchi in gesso, quando ad assumere una valenza autonoma di tutto
rispetto, se non addirittura superiore, accanto alle opere originali
da cui erano tratti - abbellendo per esempio le biblioteche di
dotti umanisti, o assecondando l'estetica neoclassica nell' ammirazione
dell'opera d'arte di assoluta "bianchezza" - per accontentarsi
poi di più modesto riconoscimento solo in quanto mezzi
di studio, surrogato dell'originale mancante, strumento per la
didattica e la tecnica disegnativa. Più semplicemente
poi sono stati considerati solo quale medium tecnico, necessario
alla realizzazione di un'opera finita in altro materiale. Dopo
aver condiviso la sorte delle Accademie, hanno finito per cadere
in disgrazia insieme con queste, meritandosi l'etichetta di fredde
riproduzioni di maniera, spazzate via da "urgenze"
rivoluzionarie.
Se il picco maggiore di successo era stato dunque toccato nel
periodo neoclassico, quando i gessi apparivano apprezzabili quanto
e più di un marmo con difetti di conservazione, quindi
degni di formare collezioni per conoscitori d'arte, accolte nelle
proprie dimore, questi erano stati nondimeno ritenuti meritevoli
di comparire alla stessa stregua accanto alle sculture autentiche
ad esempio all' "Altes Museum" di Berlino nella sistemazione
di primo Ottocento, oppure esposti al piano principale del Museo
di Bonn.
Le Università avevano infine raccolto l'eredità
delle Accademie, spesso attingendo proprio da quelle per formare
estese collezioni di calchi contemporaneamente all'istituzione
delle prime cattedre di archeologia, in risposta all'esigenza
di dotare l'insegnamento di quelle discipline di un laboratorio
sperimentale:
"Insegnare l'archeologia senza una gipsoteca è come
cercare di insegnare la chimica senza un laboratorio, o la medicina
senza un ospedale" (Charles Newton, responsabile delle collezioni
di antichità del British Museum, 1884). |